Onda su onda siamo arrivati ad Albiate sulla riva destra del Lambro. Il centro storico del paese sorge nelle immediate adiacenze del fiume ed è caratterizzato da alcune importanti dimore patrizie.

Una visita a Albiate – alla scoperta del Palazzo Tomini

La “Casa del Conte Tomini” sulla piazza Conciliazione: ha le forme tipiche dei palazzi urbani settecenteschi, direttamente affacciata sullo spazio pubblico con una facciata a tre piani, rigidamente simmetrica, dove si apre l’androne dell’ingresso. L’aspetto attuale è dovuto ad una ristrutturazione ottocentesca: dell’originale impianto settecentesco rimane solo il portale centrale e, nella parte posteriore, il triportico ad archi ribassati.

Sulla piazza si affaccia anche la Chiesa di San Giovanni Evangelista. Al suo interno sono presenti affreschi di Raffaele Casnedi e la torre campanaria realizzata nella prima metà dell’XI secolo dotata di un carillon di cinque campane che risalgono al 1832.

Un complesso di Ville a Albiate

Villa Tanzi, che dagli anni Cinquanta del 900 accoglie la casa dei Padri Betharramiti, fu costruita verso la metà dell’Ottocento come residenza estiva della famiglia Tanzi. Le progressive modifiche alla struttura rendono difficile comprenderne l’impianto architettonico originario: sono rimaste abbastanza integre solo alcune sale al pian- terreno, dove sono ancora visibili alcune decorazioni pittoriche di gusto neoclassico.

Affacciata sulla sponda del fiume, Villa Campello prende il nome dalla località in cui sorge, il “Campello” appunto. Il complesso si estende per una superficie di 50000 metri quadrati, Al parco si accede attraverso un viale alberato che incornicia la villa in una suggestiva scenografia, nella quale si possono ammirare monumentali esemplari arborei, tra cui faggi, tigli, ippocastani, araucarie e cedri. La villa è un edificio eclettico, dove stili architettonici molteplici ed estesi tra il Rinascimento fino al Neoclassico si fondono in un insieme nel complesso armonioso. L’edificio si sviluppa su tre piani sopra una pianta grossomodo ad U per una superficie di circa 900 metri quadri. Dal 1991 la Villa, che ha subito una profonda ristrutturazione degli spazi interni, è sede del Municipio.

Santuario di S. Fermo, Piazza San Fermo – Albiate (MB)

Anche ad Albiate non manca un Santuario. Il Santuario di San Fermo ospita le reliquie di  Fermo, Rustico e Procolo donate dalla città di Bergamo nel 1609. Questo evento diede l’avvio alla Sagra di San Fermo, la sagra più antica della Brianza che ha il suo culmine nel Rito del Faro, diantica tradizione ambrosiana, che prevede, per onorare il Santo Martire patrono della città, il bruciare un pallone di bambagia con simboli del martirio (palme e corone).

La presenza di un santuario ai margini dell’antico centro abitato “in campis”, è attestata già nel “Liber Notitiae” di Goffredo di Bussero, risalente al 1280. Poco si sa di questo santuario, intitolato a San Pietro che un decreto del 1566 ne dispose l’abbattimento.  Nel 1570 venne ricostruito ed intitolato a San Fermo Martire, il cui culto era già diffuso in paese.  Nel piazzale di fronte alla chiesa si trova una colonna di pietra con una croce di ferro, a testimonia dell’utilizzo di quei luoghi come cimiteri durante la peste del 1630.  Sulla facciata, un robusto portale in travertino e marmo, con due teste di angeli che sorreggono l’architrave ed il timpano.  L’interno è costituito da tre cappelle laterali: una dedicata alla Madonna del Rosario, al Crocifisso ed a San Carlo dove si trova una pala dell’Ecce Homo che alcuni soldati italiani sul fronte albanese salvarono da una chiesa in fiamme e conservata in uno zaino per tre anni, prima di giungere ad Albiate. Sui due lati interni del santuario si possono ammirare due mosaici dell’artista Giorgio Scarpati.

Il comune di Triuggio (MB) – breve storia

Il fiume lucente ci porta a Triuggio il cui nome deriva dal latino “treiectus”, traghetto, luogo di transito per l’attraversamento del Lambro.

Il territorio comunale comprende sei frazioni: Triuggio, Tregasio, Canonica, Rancate, Montemerlo e Zuccone.  Sono presenti ampie aree boschive lungo le piccole valli, i cui nomi derivano dalle rogge che le attraversano e che affluiscono nel Lambro: la Brovada il Cantalupo e il Pegorino dove si possono vedere gli Aironi Grigi e lo Sparviero.

L’origine etimologica del nome della frazione Tregasio risale al 1147, dove compare per la prima volta come “trewa”, che significa luogo di sosta, fermata; infatti la sua collocazione porta a sostare brevemente sia salendo da Triuggio sia da Canonica.

La Rotonda sul… Triuggio

La frazione, ubicata nella zona più elevata del comune  è caratterizza per la presenza di uno dei monumenti più significativi dell’arte neoclassica della Brianza: La Rotonda” da non confondere con quella di Inverigo, che è una villa, mentre la Rotonda di Triuggio è un oratorio neoclassico dedicato ai Santi Martiri Gervaso e Protaso.

 Progettata da Luigi Cagnola poco prima della sua morte, nel 1833, fu portata a termine da Ambrogio Nava che ne aveva sposato la vedova. Nava arricchì il progetto e fece costruire, nel 1842, la Rotonda su di un oratorio preesistente. Nel 1912 fu dichiarata monumento nazionale. L’edificio tuttavia subì un processo di degrado e fu utilizzato anche come granaio. Nel 1927 gli abitanti di Tregasio, vista la situazione in cui era caduto, decisero di restaurarlo a spese loro. Seguirono altri restauri l’ultimo nel 1971.

L’edificio presenta una pianta circolare, sulla cui sommità poggia la cupola semisferica, elevata su un tamburo.  Frontalmente due gradinate raggiungono il piccolo pronao sorretto da sei cariatidi. Queste rappresentano tre situazioni differenti: la preghiera  l’eucaristia  ed il timore di Dio.  Ai lati si trovano quattro statue, rappresentanti San Gervaso e Protaso ed i loro genitori Santa Valeria e San Vitale. Originariamente esistevano, sopra le finestre laterali, anche le statue di Sant’Ambrogio e di San Carlo Borromeo.

Il tempio è alto 15 metri con un diametro di oltre 10.

L’interno è costituito da un corpo cilindrico che termina con una semisfera perfetta costituita da venti cassettoni disposti in anelli concentrici, l’ultimo dei quali dipinto d’azzurro, secondo le tradizioni  neoclassiche. Un altare riproduce un sarcofago di epoca romana. Sulle pareti, quattro affreschi, attribuiti a Raffaele Casnedi, rappresentano Il Discorso della Montagna, La guarigione del Cieco nato, La Resurrezione del figlio della vedova di Nain, La pericope dell’adultera. chi è senza peccato.

Villa Sacro Cuore – Tregasio

A Tregasio troviamo anche La Villa Sacro Cuore, una dimora cinquecentesca sicuramente esistente prima del 1520 quando fu acquistata dalla famiglia milanese dei Morigia. E nel 1546 Jacopo Antonio Morigia, la lascio in eredita all’ordine dei Barnabiti, di cui era stato uno dei fondatori.

Carlo Borromeo era solito ritirarvisi e nel Settecento i padri della villa iniziarono alla letteratura Giuseppe Parini.

Con l’abolizione degli ordini religiosi, nel 1805 i Barnabiti dovettero lasciarla e la villa cadde in abbandono. Fu successivamente acquistata dalla famiglia Susani, che ne fece un allevamento di bachi da seta e nel 1917 fu venduta ai Gesuiti. La villa è stata interessata da grandi lavori di restauro conclusi nel 1922 con l’installazione sulla sommità dell’edificio della statua del Sacro Cuore, alta quasi 5 metri, da cui la villa ha preso il nome. Dal 1984 è proprietà dell’arcidiocesi di Milano.

Villa Jacini e la sua bellezza

Poco distante dalla villa del Sacro Cuore troviamo l’imponente presenza di  Villa Jacini la cuicostruzione risale al XVI secolo, ma il primo proprietario di cui si hanno notizie è il Cardinale Angelo Maria Durini che la adibì a casa di caccia. In seguito ha passato diverse proprietà fino ad arrivare alla famiglia Jacini che ne commissionò il restauro ad Antonio Citterio, allievo di Camillo Boito e la villa assunse l’attuale conformazione.  

La villa, che si sviluppa su due piani, presenta la caratteristica pianta a “U”, con un corpo centrale e due ali simmetriche ai lati, allungate a formare la corte antistante che ne costituisce l’accesso principale. Da questa è possibile ammirare alcune particolari caratteristiche dell’edificio, come i cartigli e la meridiana.

La corte è chiusa da una cancellata retta da pilastri in pietra, sulla cui sommità spiccano delle statue a forma di brocca, arricchite da dettagli metallici. L’ingresso principale è a poche decine di metri dalla strada e l’ala nord confina con una cascina dove vivevano i contadini. Verso ovest si sviluppano i giardini all’Italiana collegati al bosco del Parco Lambro. tramite un maestoso viale alberato costituito da querce secolari.

Rancate – città di Mendrisio

Una bella scoperta è la piccola frazione di Rancate il cui nome deriverebbe da ““roncar”, abbattere alberi, per dissodare il terreno. Scopriamo un piccolo e prezioso santuario cui sono legate numerose leggende popolari. Questa chiesa oggi parrocchiale di Maria Assunta è un luogo di grande devozione verso la Madonna, che avrebbe compiuto un miracolo ridonando voce ed udito ad un bambino sordomuto. Voluta da Carlo Borromeo nel 1606, ospita numerose e pregevoli opere che le hanno valso il nome di Chiesa Museo, tra cui gli affreschi con scene bibliche, dipinti nel 1785 da Andrea Appiani, le tele di Bartolomeo Roverio, (detto il Genovesino), di Giulio Campi di Cremona e gli stucchi del ticinese Giocondo Albertolli.

Nel corso dei secoli scorsi, la forza dell’acqua del Lambro, venne particolarmente sfruttata, per il funzionamento delle numerose filande che sorsero lungo il suo corso, dove i bozzoli venivano trasformati in seta, una grande risorsa per l’economia locale, specialmente per l’occupazione di donne e bambine dai 12 anni.

I gelsi raccontano la storia di Rancate

 Queste storie ce le raccontano due grandi secolari esemplari di Gelso Bianco, curati dai coniugi Pasteur, che soggiornarono nell’omonima cascina. La foglia del Gelso, un albero che ricopriva le colline brianzole, era l’unico alimento per i preziosi bachi da seta. L’allevamento della “semenza” veniva infatti curato nelle case dei contadini che poi rivendevano i bozzoli alle filande.

Il civico 9 di Via Serafino Biffi, ospita ancora quella che fu un’importantissima struttura di ricerca nel secolo scorso: l’“Istituto bacologico Guido Susani”. Vi erano occupate molte donne del luogo che, seguendo i metodi dello scienziato Luigi Pasteur, grazie a strumenti tecnologici quali il microscopio, selezionavano gli esemplari di baco da seta, verificando che fossero immuni da malattie.

 Poco lontano in uno splendido bosco nei pressi del torrente Brovada, si conservano numerosi esemplari di Querce e Carpini.. Questo tipo di bosco, detto “querco-carpineto planiziale”, è tipico della pianura padana dove risale a circa 6000 anni a.C. In alcuni punti si possono ammirare oltre alla Farnia (Quercus robur), detta Quercia Lombarda, il Carpino Bianco (Carpinus betulus) ed il Frassino. Nelle aree più umide, l’Acero, e l’Olmo Campestre ed il Castagno.

Cenni storici di Villa Taverna

 Sulla sponda sinistra ecco Canonica in cui spicca uno dei più antichi palazzi nobiliari della Brianza:   Villa Taverna immersa in un grande parco, prima di essere trasformato in villa (XVI sec.),  molto probabilmente era un antico fortilizio. L’edificio, dopo aver subito ampliamenti ed adattamenti successivi su progetto di Pellegrino Tibaldi, assunse definitivamente la pianta a “U”, schema tradizionale delle ville patrizie lombarde del XVI secolo, con un corpo centrale a due piani, e due ali simmetriche ai lati, che si allungano a formare la corte antistante. Al di sopra delle due ali inferiori spiccano due basse torrette che concorrono a dare simmetria e movimento alla struttura. La corte è chiusa da una cancellata di epoca settecentesca, retta da pilastri di pietra in stile rococò, coronati dalle statue allegoriche dell’Autunno e della Primavera.

Agli inizi del XVII secolo la villa divenne famosa per aver ospitato Giampaolo Osio, omicida,  meglio conosciuto come Egidio, l’amante della Monaca di Monza.

L’Osio, braccato dalle autorità, vi trovò rifugio ed in seguito venne arrestato e giustiziato negli scantinati.   La villa ed il retrostante parco, che restarono sempre di proprietà della famiglia Taverna, furono oggetto di ristrutturazioni e rimaneggiamenti in particolare nel corso del Seicento e del Settecento, quando assunsero l’aspetto attuale. Da ammirare il giardino all’italiana che conserva l’originario schema compositivo cinquecentesco, le notevoli sale a volta ed un monumentale scalone che conduce al piano superiore. Inserita nel complesso monumentale, si trova la chiesina barocca di S.Eurosia (1735) ad un’unica navata: all’interno una tela di F. Caponara (1863).

In prossimità della villa si trova la Chiesa Parrocchiale di S. Maria della Neve (XVII sec). dove è possibile ammirare l’effigie marmorea della Madonna della Neve, un tempo posta sulle mura di Villa Taverna e poi traslata in seguito ad eventi miracolosi a Lei attribuiti.

Il nostro viaggio continua. Stiamo lasciando le ultime colline. Il Fiume Lucente tocca Sovico Macherio, lambisce la parte bassa di Lesmo e finalmente si affaccia sulla pianura correndo verso Vedano e Monza